Un libro sull’intelligenza artificiale

Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti (ed. Informant). Disponibile su Amazon (€ 3,99) e in altre librerie online

Capitolo 1: L’intelligenza artificiale è tra noi

1.1 Dai filtri antispam ai robot-avvocati: la AI è già una realtà

La domanda che Alan Turing si è posto nel 1950 (“Le macchine possono pensare?”) ottiene ancora oggi la stessa risposta di allora: no, non possono. Le si può però imbottire di una quantità tale di dati da costringerle a metterli in relazione tra loro identificando eventuali collegamenti. Un meccanismo che entra in azione, per fare un esempio, ogni volta che caricate una foto di gruppo su Facebook per pubblicarla e, immediatamente, il social network vi suggerisce nomi e cognomi delle persone che in quella foto compaiono. L’intelligenza artificiale di Facebook ha infatti analizzato tutti i dati a sua disposizione — in questo caso, le foto che avete postato nel corso degli anni e i profili dei vostri amici — utilizzandoli per fare delle previsioni sulla loro identità.

La tecnologia di Facebook per il riconoscimento facciale (face recognition) dimostra soprattutto una cosa: l’intelligenza artificiale è già qui, la vediamo all’opera ogni giorno, la utilizziamo in continuazione, spesso senza nemmeno saperlo. Certo, le AI (artificial intelligence) non hanno le sembianze di HAL 9000 o di Skynet, non sembrano essere sul punto di prendere coscienza di se stesse e di ribellarsi all’uomo dando vita a un nuovo ordine mondiale robotico; eppure sono una realtà che sta avendo un impatto enorme in ogni ambito, grazie all’abilità che accomuna ognuno di questi software: analizzare una miriade di dati per imparare a distinguerli e associarli; un meccanismo che permette a Gmail di individuare ed eliminare la spam, ad Amazon di suggerirvi i libri che potrebbero piacervi o a Google Assistant di organizzarvi il calendario.

L’esempio di Google Assistant porta inevitabilmente a parlare di una delle applicazioni più promettenti dell’intelligenza artificiale, sulla quale tutti i principali attori della Silicon Valley stanno investendo massicciamente: gli assistenti virtuali che rispondono alle nostre richieste (“mostrami dei film che potrebbero piacermi”) e che sono in grado di anticipare i nostri desideri e necessità avendo imparato a conoscerci alla perfezione (ricordandovi, per esempio, che il mercoledì siete soliti fare una telefonata alla mamma). Google Assistant, Siri di Apple, Cortana e Zoe di Windows, M di Facebook e Alexa di Amazon sono solo degli esempi (alcuni già in commercio, altri ancora in fase di sviluppo) che dimostrano la diffusione degli assistenti personali, sia vocali, come Siri, sia text-based, come M, vale a dire assistenti con i quali interloquiamo attraverso un’interfaccia grafica simile a quella degli sms o dei servizi di instant messaging.

Descritti così, gli assistenti virtuali (soprattutto quelli che utilizzano il testo scritto) potrebbero non sembrare niente di rivoluzionario: i chatterbot, i programmi che simulano il dialogo tra esseri umani, sono tutto tranne che una novità; anzi, richiamano direttamente la celebre ELIZA, software creato da Joseph Weizenbaum nel 1966 per fare la parodia di uno psicoterapeuta. Se i chatterbot che dialogano con le persone sono un’invenzione che ha più di 50 anni, per quale ragione oggi si pensa che possano essere la next big thing del mercato tecnologico?

La ragione è semplice: le potenzialità di questi bot, oggi, sono infinitamente superiori a quanto avrebbero potuto esserlo anche solo pochi anni fa; tutto merito di computer dalla potenza di calcolo sempre maggiore in grado di analizzare la quantità enorme di dati che viene prodotta quotidianamente attraverso il web, i social network e in generale la internet of things.

Siamo ancora agli inizi: gli assistenti testuali hanno bisogno di operatori umani che intervengono nei casi più complessi e ancora non ne esiste uno in grado di organizzarci interamente un viaggio o una vacanza; gli assistenti vocali come Alexa di Amazon hanno invece ancora numerosi limiti e sono disponibili solo in pochi paesi. Ma è solamente questione di tempo: grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale, i bot del futuro succhieranno informazioni dai profili social, dalle app e dal nostro comportamento sul web, per imparare a conoscerci e rispondere in modo semplice, colloquiale e coerente alle nostre richieste.

Nonostante gli ambiti in cui l’intelligenza artificiale può trovare applicazione siano pressoché illimitati, sono soprattutto gli assistenti virtuali a suscitare attenzione (e un po’ di inquietudine); forse perché sono ciò che più da vicino ricorda il modo in cui ci siamo immaginati i robot/software del futuro (basti pensare a Her di Spike Jonze), oltre a essere il settore sul quale sono piovuti investimenti enormi da parte di tutti i protagonisti della Silicon Valley (da Google a Facebook, da Apple ad Amazon, da Microsoft a IBM). O forse è che questa applicazione rappresenta l’esempio più semplice ed evidente di come la AI sia prossima a invadere il mercato di massa e a essere coinvolta in ogni operazione quotidiana.

Ma la stessa tecnologia si sta facendo largo anche in ambito professionale, dove sono già all’opera software che assistono gli studi legali — analizzando database sterminati e trovando correlazioni con casi simili a quello su cui sta lavorando un avvocato — e software che assistono i medici per individuare con precisione estrema i primi segni di comparsa, per esempio, del tumore della pelle, com’è il caso di Watson, il software di IBM.

Tutto ciò pone una grossa sfida per la nostra società: se i robot e i software sono in grado di svolgere una vastissima gamma di lavori con una precisione anche superiore a quella umana (e con costi molto più ridotti), se il loro impiego non riguarda più solamente lavori scarsamente qualificati, ma anche professioni intellettuali o altamente specializzate, che fine faranno i lavoratori umani? Lo spettro della disoccupazione di massa si sta facendo largo nella nostra epoca, ponendo interrogativi che necessitano una risposta urgente.

Il punto è che fermare o anche solo rallentare questa “rivoluzione robotica” (che riguarda però anche software immateriali) è speranza vana: il percorso sembra irreversibile. Il che non significa che l’uomo debba rassegnarsi a diventare superfluo, ma che deve probabilmente iniziare a immaginare una società diversa, in cui il lavoro non sia più l’aspetto dominante delle nostre vite. Una società post-lavoro, insomma, che potrebbe sorgere grazie a misure come il reddito di cittadinanza (per non parlare delle tesi più estreme, come il Comunismo Automatizzato di Lusso).

L’avvento di intelligenze artificiali sempre più evolute non avrà un enorme impatto solo sul mondo del lavoro, ma ci costringerà ad affrontare importanti questioni etiche, richiamando in servizio attivo la filosofia. Non è un caso che, oggi, uno dei pensatori più ascoltati quando si parla di temi tecnologici sia un filosofo, un italiano a Oxford: Luciano Floridi. D’altra parte, i temi etici che riguardano il mondo delle AI non sono solo di grande rilevanza, ma anche molto pressanti.

Nel 2022, per esempio, inizieremo a veder circolare per le città le auto autonome, ovvero veicoli che si guidano da soli. Questo significa che sarà un software a decidere come comportarsi in caso di imprevisti: se sterzare all’improvviso per evitare un ostacolo, ma rischiando di investire dei pedoni, o se tirare dritto con il rischio di ferire il conducente. Siamo sicuri di volerci sedere in un veicolo che, in un certo senso e in alcune condizioni, sarebbe di fatto programmato per ucciderci?

Un timore che impallidisce davanti agli inquietanti progressi compiuti da software che stanno imparando a utilizzare la memoria, che scoprono come cifrare i loro messaggi e che sono sempre più vicini a formulare ragionamenti di tipo umano. Ma fino a dove possono arrivare le AI? Possono evolvere da algoritmi in grado di svolgere un solo compito per prendere la forma di vere intelligenze artificiali, capaci di competere con l’uomo sotto ogni punto di vista e magari, un giorno, lasciarselo alle spalle? La grande attenzione dedicata al tema da serissimi scienziati dimostra come preoccupazioni di questo genere non appartengano più solo al regno della fantascienza.

E allora, come reagiremo quando davanti a noi compariranno intelligenze artificiali che si comportano come esseri davvero intelligenti, come esseri che pensano, come — in definitiva — esseri dotati di coscienza? Dovremo indagare a fondo per capire se la loro sia vera coscienza o solo una simulazione di essa, oppure il fatto stesso che si comportino da esseri coscienti significa che debbano essere trattati come tali? E infine: se esseri artificiali intelligenti e coscienti inizieranno a circolare per le nostre città, non dovremo preoccuparci di garantire loro alcuni diritti basilari? Così facendo, però, rischieremmo di far venir meno la ragione stessa per cui li stiamo creando: farli lavorare al servizio dell’uomo.

Gli interrogativi presentati dalla prossima era delle macchine coinvolgono gli aspetti più complessi della nostra società e mostrano come la politica sia in ritardo su un tema che rischia di diventare prioritario nel giro di pochi anni. Un’analisi dell’impatto che le intelligenze artificiali avranno sulla nostra società, però, non può che partire dalle basi; dal capire come questi algoritmi imparino a distinguere e associare dati diventando intelligenti al punto da sconfiggere il campione di un gioco complesso e astratto come Go e suscitando timori (più o meno giustificati) sulla possibilità che, un domani, robot super-intelligenti si possano liberare dalla schiavitù e soppiantare i padroni.

Volevo solo fare il giornalista (La Stampa / Wired / Il Tascabile / Esquire Italia/ varie ed eventuali)

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