Superumani

Come l’uomo si sta trasformando in macchina

Pubblicato in origine su Il Tascabile nel gennaio 2018

Non è difficile notare come tutte le innovazioni del passato recente o in fase di sviluppo sembrino avere un unico obiettivo: rendere l’essere umano più rapido e più produttivo.

Tutto ciò, al di là dei risvolti sociali variamente analizzati, ci rende più produttivi (o almeno ci dà la sensazione di esserlo) incrementando le ore dedicate al lavoro. Quando l’iPhone ha fatto la sua comparsa nel 2007, tra i vari slogan elaborati da Steve Jobs e colleghi c’erano: “Questo cambia tutto”, “Apple reinventa il telefono”, “È solo l’inizio”. Nessuno slogan diceva “adesso potrete lavorare molto di più”, eppure è proprio la nostra vita lavorativa a essere stata enormemente colpita dall’avvento degli smartphone.

Tutto può aumentare: produttività, lavoro, consumo. Ciò che non può aumentare è la durata della giornata: nell’epoca dell’abbondanza delle società avanzate il bene scarso è diventato il tempo.

Avere “troppe cose da fare” è diventato un simbolo di status. Ma c’è un problema: i lavori attualmente considerati di livello medio-basso saranno a breve svolti dalle macchine e dalle intelligenze artificiali; lasciando a nostra disposizione solo le professioni che richiedono abilità in cui l’uomo è (per il momento) migliore; lavori non ripetitivi, che necessitano di capacità particolari: creatività, gestione e supervisione di un gruppo, rapporti umani e quant’altro.

Negli ultimi anni nel campo delle neuroscienze ha preso piede una quantità di progetti estremamente ambiziosi che hanno un unico obiettivo: aumentare le abilità umane.

Una startup come Kernel — registrata come società che opera in campo medico — conduce invece le sue sperimentazioni inserendo chip all’interno del cervello, allo scopo di individuare le cause degli attacchi epilettici o per combattere anoressia e obesità. Ma per il futuro la speranza è di usare la stessa tecnologia per aumentare la memoria, imparare più rapidamente e magari sbloccare il segreto della telepatia. Le sperimentazioni mediche in questo settore si stanno insomma moltiplicando; ma rappresentano solo la testa d’ariete, la giustificazione più nobile per proseguire nello sviluppo di dispositivi che, in futuro, potrebbero rendere tutti noi in grado di controllare le macchine, ricevere informazioni dai computer e comunicare l’un l’altro usando solo il cervello (fino ad arrivare all’utopia della “intelligenza collettiva”).

Un capitalismo sempre più veloce ci costringerà ad adottare nel breve termine dispositivi tecnologici che sembrano avere lo scopo di farci produrre e consumare di più.

Fuori dalla narrativa, secondo Hsu l’editing genetico con lo scopo di aumentare il nostro QI potrebbe dotarci di una memoria visiva quasi perfetta, di un pensiero super veloce, di una visualizzazione geometrica estremamente potente, della capacità di formulare più pensieri contemporaneamente. Ma perché dovremmo volere tutto questo? Secondo Bryan Johnson, fondatore della già citata Kernel, la ragione è semplice: “Il mondo è diventato fin troppo complesso; il sistema finanziario è imprevedibile, la popolazione invecchia, i robot vogliono il nostro lavoro, l’intelligenza artificiale ci sta raggiungendo e il cambiamento climatico non sembra prossimo ad arrestarsi. Tutto sembra fuori controllo. E allora, perché non dovremmo decidere noi stessi in quale direzione evolvere? Perché non dovremmo fare tutto il possibile per adattarci più rapidamente?”.

I primi esseri umani che riusciranno ad aumentare artificialmente la propria efficienza godranno di un enorme vantaggio su tutti gli altri.

In una società di questo tipo, i primi esseri umani che riusciranno ad aumentare artificialmente la propria efficienza godranno di un enorme vantaggio su tutti gli altri; mentre i primi che potranno selezionare gli embrioni offriranno un vantaggio strategico ai loro figli. E chi si potrà permettere tutto ciò?: “I primi ad adottare le tecnologie di selezione dell’embrione saranno i miliardari e i tipi da Silicon Valley”, si legge ancora sulla MIT Tech Review. “Nel momento in cui loro inizieranno a produrre meno bambini malati, e più bambini eccezionali, il resto della società non potrà che seguire”. Fa eco a queste parole anche lo stesso Stephen Hsu: “Come avviene con la maggior parte delle tecnologie, i ricchi e potenti saranno i primi a beneficiarne”.

Volevo solo fare il giornalista (La Stampa / Wired / Il Tascabile / Esquire Italia/ varie ed eventuali)

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