A che punto è la guerra della Silicon Valley contro l’Isis?

di Andrea Daniele Signorelli

Pubblicato in origine su MotherBoard

Sul finire di febbraio 2016, alti dirigenti di Facebook, Microsoft, Apple, Google e altri colossi della tecnologia hanno preso un aereo e dalla Silicon Valley sono volati a Washington dove ad attenderli c’erano, tra gli altri, John Carlin, assistant attorney general per la Sicurezza Nazionale; Megan Smith, U.S. Chief technology officer; e il direttore del controterrorismo del National Security Council Jen Easterly. L’obiettivo dell’incontro, avvolto da un alone di segretezza e di cui non sono stati rivelati i dettagli, era uno solo: capire in che modo la Silicon Valley può aiutare l’amministrazione USA a combattere lo Stato Islamico.

Di sicuro, visti i risultati ottenuti fino a quel momento, gli Stati Uniti avevano bisogno di una grossa mano: il canale Twitter pensato per far cambiare idea ai simpatizzanti dell’Isis, “Think Again, Turn Away”, ha chiuso i battenti dopo meno di due anni di attività (l’account che ha preso il suo posto ha 26mila follower, poca roba), mentre il canale Tumblr non viene aggiornato da oltre un mese. Poca fortuna ha avuto anche il canale YouTube, con 3mila iscritti, che però nelle ultime settimane ha ricominciato a diffondere video che documentano la vita nello Stato Islamico (che raccolgono poche centinaia di visualizzazioni).

Contemporaneamente, il Center for Strategic Counterterrorism Communications che di tutto ciò si occupava, ha smesso di ingaggiare battaglie dialettiche su Twitter con i seguaci dell’Isis, sconfortato dagli scarsi successi ottenuti. Insomma, la prima fase della battaglia è stata un fallimento su tutta la linea, rendendo necessaria una riorganizzazione complessiva che facesse tesoro anche dei consigli dei capoccia di Google e Facebook arrivati durante l’incontro del 26 febbraio. Da allora sono passati più di due mesi: a che punto siamo con la cyber-battaglia che gli Stati Uniti stanno faticosamente provando a combattere contro gli smanettoni dell’Isis?

Al di là della classica operazione di rebranding che ha portato il Center for Strategic Counterterrorism Communications a venire ribattezzato Center for Global Engagement, i consigli della Silicon Valley sembrerebbero aver fatto breccia: i metodi utilizzati si sono fatti più sottili e si ispirano, guarda un po’, al modo subdolo in cui Facebook e Google ci inondano di pubblicità perfettamente targettizzata, studiando i nostri comportamenti alla tastiera.

Il primo passo è stato quello di smettere di “inviare messaggi del Governo degli Stati Uniti con il marchio appiccicato sopra”, come ha fatto sapere il consigliere per la Sicurezza Interna Lisa Monaco. La strategia, adesso, è invece quella di sfruttare la società civile moderata che già si trova nelle zone più calde e di potenziarne il raggio d’azione. In poche parole: supporto tecnico e finanziario per produrre video, immagini e altro tipo di contenuti da diffondere sul web, senza che nessuno si renda conto che quel materiale è controllato e promosso attivamente dal dagli USA.

A occuparsi di tutto ciò è il nuovo capo del Global Engagement Center, Michael Lumpkin. E siccome i video bisogna non solo saperli produrre, ma capire anche a chi devono essere rivolti, ecco che entra in gioco la struttura di “analisi dei dati”, che lavorerà con partner privati “per setacciare tra le informazioni pubbliche lasciate sui social media, determinare quali siano gli utenti più inclini al radicalismo e mandare messaggi diretti chirurgicamente a loro”, come racconta il Daily Beast.

Come tutto ciò funzioni non è chiarissimo, così come non è dato sapere quali siano le organizzazioni coinvolte nel programma. Si sa, però, che Facebook ha accettato di mostrare a Lumpkin e altri ufficiali coinvolti quali sono i fattori che rendono la comunicazione social più efficace: video e foto funzionano meglio dei semplici testi, così come funziona meglio comunicare con ironia e sarcasmo invece che andare all’attacco.

Poca roba, in fondo. Niente che un buon social media manager non sappia già. Molto più interessante, invece, vedere come funzionano le cose sull’altro campo di battaglia, quello che coinvolge Google e le ricerche che gli utenti fanno. “Stiamo lavorando affinché emerga una contronarrativa in giro per il mondo”, aveva detto qualche mese fa, in riferimento all’Isis, il direttore della Comunicazione di Google Anthony House, scatenando il panico tra chi teme il controllo dell’informazione globale da parte dell’accoppiata Silicon Valley e governo USA.

Uno dei tentativi del Governo USA di far desistere i sostenitori dell’IS. Grab dell’autore.

In verità, il riferimento era a un programma di Google chiamato “Ad Grants”, rivolto alle ONG di tutto il mondo e che permette ad alcune organizzazioni di beneficiare gratuitamente, ogni mese, di 10mila dollari in Google AdWords. Che tutto questa avvenga nello stesso periodo in cui ci sono stati gli incontri tra la Silicon Valley e il governo e in cui, per stessa ammissione di Lumpkin, si cerca di coinvolgere le ONG già presenti nei territori caldi potrebbe essere solo un caso. Potrebbe.

Anche perché il meccanismo degli AdWords consente di far emergere proprio quella “contronarrativa” a cui House aveva fatto cenno. Gli AdWords compaiono infatti in base alle ricerche fatte su Google (“targeting in base alle parole chiave”, per usare i termini tecnici); così, se siete un aspirante jihadista che cerca informazioni per essere reclutato dallo Stato Islamico, ecco che invece di trovare tra i risultati qualche oscuro forum gestito davvero dall’Isis, potreste trovare al primo posto dei risultati qualche ONG mediorientale che lancia messaggi contro il terrorismo.

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Volevo solo fare il giornalista (La Stampa / Wired / Il Tascabile / Esquire Italia/ varie ed eventuali)

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